Che ti costa un sorriso?

Che ti costa un sorriso-

Una volta un’amica molto più grande di me mi disse “E nel dubbio, rispondi con uno dei tuoi migliori sorrisi”.

Premetto che non voglio scrivere un elogio della felicità, né celebrare la positività espressa a tutti i costi, ma ultimamente mi imbatto, anche non direttamente, in persone dall’atteggiamento pretenzioso e asettico, di quelle che dopo uno scambio di battute ti tira la lingua come dopo aver succhiato un limone.

Mi sembra che ci siano dei cliché, dei modi di fare consolidati: una conversazione con impiegati d’ufficio stizziti, le pretese di clienti fuori luogo e poco cordiali,  pazienti “non pazienti” nella sala d’aspetto del medico, richieste di informazioni avanzate in maniera arrogante e presuntuosa.

Quando sono entrata a lavorare presso Oltre Srl e Nexus Srl, ho sentito parlare per la prima volta di “assertività”. Per chi non lo sapesse, si tratta di quella capacità di esprimersi nell’avanzare i propri diritti e sostenerli mantenendo il rispetto altrui nella conversazione.

Un atteggiamento assertivo è salvifico per se stessi e per gli altri!

Per chi lavora:

Bisognerebbe ricordare che mediamente a lavoro si trascorre un terzo della propria giornata e non è poco se consideriamo che l’altro terzo lo passiamo più o meno dormendo. Dunque il mio invito è adoperarsi affinché queste ore siano il più umane possibile.

Lavorare non è (sempre) divertimento, ma questo non significa che dobbiamo avere lo sguardo  arcigno della matrigna di Cenerentola o quello borioso di Omer Simpson per 8 ore.

Per chi cerca lavoro:

Nello scenario attuale riconosco sia sfiancante, a volte, affrontare un colloquio di lavoro con il pregiudizio che potrebbe lasciarci delusi. Molto spesso lo si affronta con la rassegnazione che si tratti dell’ennesimo tentativo fallito. Bene, si potrebbe immaginare prima di tutto che chi dovrebbe darci il lavoro sia nell’atteggiamento descritto poco sopra, dunque ci sono due possibilità: o rispondere nella stessa maniera boriosa e poco appassionata (e possiamo immaginare il risultato) oppure prenderla come una chance (poco importa se si rimane delusi, non tentare è perdere in partenza) e proporsi in maniera pro-attiva, propositiva e anche assertiva se la persona volontariamente o involontariamente dovesse metterci in difficoltà nella conversazione. E poi, alla fine, prendiamo il consiglio della mia vecchia amica “Nel dubbio, rispondi con uno dei tuoi migliori sorrisi”, male che va si lascerà un’immagine dignitosa e degna di un ricordo positivo.

 

Il bon ton ai tempi dell’Instant Messaging

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Molti di voi sapranno che recentemente anche Google ha rilasciato “Allo” una nuova app per l’instant messaging che punta a posizionarsi come competitor di WhatsApp e Telegram principalmente.

Ovviamente per essere più attraente offre qualcosa di nuovo. Niente di esageratamente entusiasmante che non sia poter disegnare sopra un’immagine, aggiungere doodle e adesivi o enfatizzare il tono della voce aumentando o riducendo la dimensione del carattere, come se fosse urlata o appena sussurrata.

Quest’ultima caratteristica mi inquieta, non poco.

Siamo arrivati al punto di voler riprodurre una conversazione parlata scrivendola, anche nell’enfasi, nel pathos.

Credo rischieremo di perdere completamente la spontaneità della comunicazione verbale, cercando di esprimerla nella messaggistica, con tutte le conseguenza negative e di incomprensione che susseguono.

Personalmente già trovo alquanto imbarazzante l’utilizzo del maiuscolo. Volete urlare qualcosa? Prendete il telefono e fatelo con la voce! Prendete la persona o il gruppo e fatelo di persona! Che senso ha urlare a una tastiera…

Non per questo voglio demonizzare l’instant messaging! Sono una sostenitrice dello sharing  e della connessione, ma un po’ credo che veramente stiamo perdendo di vista il contesto adatto…anzi il contatto.

Se in ambito personale preferirei utilizzarne un po’ meno e usare la voce e la gestualità un po’ di più (e io sono una che gesticola parecchio!) in ambito professionale trovo sia un servizio veramente utile, da liberare dal tabù che si tratti solo di un mezzo di comunicazione esclusivamente personale, con le dovute regole di buona educazione, certo.

Recentemente ho approfondito l’utilizzo dell’ instant messaging nel marketing e nei contesti lavorativi e penso che probabilmente gli utenti siano ancora in una fase molto riservata di questo strumento, percepito come esclusivo della sfera privata.

Dunque , nel riflettere ho individuato alcune buone regole nell’utilizzo della messaggistica istantanea, sia in ambito privato ma soprattutto professionale.

  • E’ vero, WhatsApp in Italia è il più diffuso, ma anche Telegram ingloba una bella fetta di utenti italiani. Su Telegram è possibile condividere video fino a 1GB e vi è la funzione Chat Segreta, con crittografia “end-to-end”, dunque trovo sia perfetta per il contesto del gruppo di lavoro (ipotizzate l’emergenza di dover avere bisogno di dati sensibili). Cerchiamo di preferire questa!
  • Penso che ognuno di noi mal digerisca “i gruppi”: il fatto di prendere il telefono e trovare un numero altissimo di notifiche non lette e dover risalire alla prima per capire il contenuto della conversazione, snerva chiunque. Quindi NEI GRUPPI E’ BENE EVITARE UNA CONVERSAZIONE BOTTA E RISPOSTA TRA 2 SOLE PERSONE! Gli altri membri ringrazieranno per non aver ridotto l’autonomia della batteria del loro smartphone 😉
  • Se avete un telefono aziendale, installatevi le principali app di messaggistica e scegliete una foto profilo professionale e che magari riporti il logo dell’azienda. Questo farebbe capire abbastanza chiaramente che l’utilizzo che ne fate per quel numero è di tipo lavorativo e metterebbe a proprio agio chiunque voglia comunicarvi qualcosa in tale ambito, che sia un cliente, un collaboratore o un collega.
  • Non disdire appuntamenti tramite messaggistica mi sembra abbastanza ovvio. Trovo però sia utile e carino inviare dei “reminder”, soprattutto se il luogo dell’incontro professionale è isolato o la strada per raggiungerlo sia difficoltosa. In tal caso un link su mappa sarà sicuramente gradito.

Questi sono solo alcuni, se avete altri consigli da dare o vi vengono in mente altri errori da evitare, a voi i commenti!

Hai detto sharing?!

HAI DETTO SHARING-! (2)

Martedì 28 Giugno è stata per noi di Nexus e Oltre una giornata dedicata alla formazione aziendale.

Un’esperienza di quelle che ti danno la carica e stimolano l’affiatamento del gruppo di lavoro, di quelle che ricordano le sensazioni delle gite scolastiche: la sana competizione in un gioco di strategia in gruppi e poi le risate sugli scalini all’aria aperta.

Ci si sente ancora di più parte di un gruppo, di un ingranaggio ben oleato.

Ma ne parlo soprattutto perché il tema che è stato affrontato è quanto più attuale: la condivisione.

La condivisione intesa di informazioni, di valori e di competenze. Potrei scrivere #sharing forse, che è più di tendenza.

Sì, perché se confrontassimo le due parole “condivisione” e “sharing” su uno strumento come Google Trend che individua le parole chiave e gli argomenti più di tendenza nel motore di ricerca, ci accorgeremmo subito come la seconda, “sharing”, è sicuramente la più digitata (https://goo.gl/6OqNj0).

Si discute moltissimo infatti di sharing economy (car sharing risulta essere la ricerca più frequente su Google).

Per quanto riguarda “condivisione”, invece, è una parola digitata per lo più in maniera correlata: “condivisione file”, “condivisione internet”, “condivisione stampante”.

Dunque nei motori di ricerca si digita più la condivisione di servizi e strumenti.

Eppure martedì si è parlato, e ci siamo sperimentati poi, sull’importanza della condivisione di conoscenze e mi sono soffermata a riflettere sul fatto che non se ne parli in maniera abbastanza diretta.

Si è discusso di quanto sia importante la condivisione di conoscenze per crescere all’interno dell’organizzazione, per lo sviluppo dell’intelligenza collettiva.

Nel web c’è intelligenza collettiva (va bene ok, a volte anche demenza, lasciatemelo dire).

Esploriamo, non leggiamo. Visitiamo il web con un atteggiamento curioso e partecipativo, siamo, ad esempio, sempre più disposti a lasciare pareri e a condividere le nostre esperienze per giudicare un prodotto, un servizio o un luogo.

I Social Media hanno sicuramente incoraggiato questa tendenza.

E allora con questo post, rilancio le parole chiave “condivisione di conoscenze” e “knowledge sharing”!

P.S. Condividete, please! 😉