La dignità del lavoro ben fatto

Il lavoro ben fatto“Ciò che va quasi bene, non va bene”.

Ha senso scrivere il “Manifesto del Lavoro ben fatto” in un’epoca in cui esistono difficoltà nel reperire un qualsiasi tipo di lavoro? Un tempo nel quale corriamo il rischio di venire soppiantati dalle macchine nello svolgimento delle nostre mansioni? Secondo Vincenzo Moretti che l’ha scritto, sì. E anche secondo me. Perché in un’epoca in cui il pressappochismo ed anche il menefreghismo cercano di darsi dignità vestendosi di parole arrabbiate e di ipocrisia, tutto ciò che è ben fatto, corretto e onesto è anche innovativo e rivoluzionario.

L’azienda in cui lavoro deve molte delle sue caratteristiche a due uomini: uno dei due aveva lavorato con Adriano Olivetti e da questi aveva imparato ad amare il lavoro giusto e onesto . Un piemontese che ha insegnato a noi, sprovveduti giovincelli che volevano diventare imprenditori, quanto importante sia la quantità e la qualità del lavoro che si svolge. Che ci ha insegnato quanto sia importante avere l’etica del lavoro.

Un altro è un abruzzese che ci ha aiutato a capire che la persona e il lavoro non si possono dividere con una rasoiata. Che la personalità viene riversata nel risultato del proprio lavoro, e che il lavoro diventa una conseguenza della personalità.

Per questo quando ho letto il “Manifesto del lavoro ben fatto” mi sono trovato subito in sintonia con quello che questo documento vuole dire. Perché  “Il lavoro è identità, dignità, autonomia, rispetto di sé e degli altri, comunità, sviluppo, futuro.”

Non solo, ma da imprenditore dico che la mia esperienza mi ha insegnato che “Il lavoro ben fatto è prima di tutto un modo razionale, utile, conveniente di pensare e di fare le cose.”
Fare bene le cose è bello.
Fare bene le cose è giusto.
Fare bene le cose conviene.

E se vuoi che il lavoro sia un lavoro ben fatto, allora devi mettere sempre una parte di te in quello che fai. Non si scappa. Non puoi lavorare bene senza farti coinvolgere, senza pensare che quel risultato è una parte di te.

Esiste una parte del Manifesto che sembra parli dell’azienda in cui lavoro. Nexus/Oltre non è una grande azienda, né come dimensioni né come fatturato. Anche geograficamente parlando, siamo in una regione piccola, l’Abruzzo. Nonostante ciò non ci siamo mai posti limiti perché “non importa quello che fai, quanti anni hai, di che colore, sesso, lingua, religione sei. Quello che importa, quando fai una cosa, è farla come se dovessi essere il numero uno al mondo. Il numero uno, non il due o il tre. Poi puoi essere pure il penultimo, non importa, la prossima volta andrà meglio, ma questo riguarda il risultato non l’approccio, nell’approccio hai una sola possibilità, cercare di essere il migliore”.

E questo tipo di approccio, il cercare di migliorare sempre riguarda tutti:

  • Le singole persone, senza le quali il lavoro ben fatto non può diventare modo di essere e di fare, senso comune, missione condivisa.
  • Le organizzazioni, destinate ad avere tanto più futuro quanto più riescono a connettere il fare con il pensare, ad affermare idee e modelli gestionali in grado di tradurre con più efficacia le idee in azioni e gli obiettivi in risultati.
  • Le classi dirigenti a ogni livello, alle quali tocca ricostruire il nesso tra potere, inteso come possibilità di disporre di risorse e di prendere decisioni, e responsabilità, intesa come necessità di operare nell’interesse generale delle istituzioni e dei cittadini che si rappresentano.

Ma esiste una parte del Manifesto che amo sopra ogni altra cosa. In realtà tutti e 52 i punti sono importanti, ma esiste una parte che sento più vicina al mio essere:

Il lavoro ben fatto è il suo racconto.

Il racconto ha origini antiche come le montagne.

Ogni cosa che accade è un racconto.

Raccontando storie ci prendiamo cura di noi.

Connettiamo vite, fatti, eventi.

Diamo senso al trascorrere del tempo.

Ricostruiamo ciò che è successo a vantaggio del significato.

Istituiamo ambienti sensati.

Incrementiamo il valore sociale delle organizzazioni e delle comunità con le quali in vario modo interagiamo.

Attiviamo processi di innovazione e di cambiamento.

È tempo di nuovi Omero, di nuova epica, di nuovi eroi.

È tempo di donne e di uomini che ogni mattina mettono i piedi giù dal letto e fanno bene quello che devono fare, a prescindere, perché è così che si fa.

È tempo di persone normali.

È tempo di fare bene le cose perché è così che si fa.

Siamo quelli del lavoro ben fatto e vogliamo cambiare il mondo.

Nessuno si senta escluso.

E allora grazie a Vincenzo Moretti che ha scritto “Il Manifesto del Lavoro ben fatto”; grazie anche al piemontese Giovanni Cafasso e all’abruzzese Nicola Dario che ci hanno fatto diventare persone migliori.

P.S. Vi consiglio vivamente di leggere il manifesto. Lo trovate qui:
http://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2016/12/09/il-manifesto-del-lavoro-ben-fatto/

Ma Harrison Ford difenderà il mio posto di lavoro?

Il 4 ottobre uscirà nelle sale il film “Blade Runner 2049”. Coloro che sono della mia generazione conosco benissimo la trama del primo film, “Blade Runner”: alcuni robot antropomorfi, i Replicanti, scappano dalle colonie extraterrestri in cui lavorano per cercare giustizia sulla Terra. Un aitante investigatore privato interpretato da Harrison Ford li inseguiva per eliminarli.

Raccontato così è molto banalizzato, ma l’aspetto interessante è che quel film nel 1982 anticipava un tema di cui si sta discorrendo molto adesso: i robot che vengono e verranno impiegati nell’industria, possono sostituire l’uomo in alcuni compiti? In sostanza, quanto dobbiamo essere preoccupati per il nostro posto di lavoro?

Per cercare di dare una risposta a questa domanda, “The European House-Ambrosetti”, un team composto da manager di aziende italiane, banche e multinazionali, ha elaborato uno studio che traccia alcune conclusioni: nei prossimi 15 anni il 14,9% del totale degli occupati, pari a 3,2 milioni, potrebbe perdere il posto di lavoro.

I settori in cui si avvertirà meno la concorrenza delle macchine sono Istruzione, Servizi per la Salute e Servizi di Informazione e Comunicazione. Il perché è facile da intuire: è più probabile che i professionisti dei settori appena citati svolgano mansioni poco sostituibili e con un’elevata componente di interazione personale.

Un’altra variabile determinante è il titolo di studio: i soggetti senza titolo di studio presentano il rischio più alto di sostituzione, ben il 21%. Per dare un termine di paragone, gli occupati con formazione post-universitaria corrono il rischio di sostituzione solo all’1%.

La buona notizia è che i robot non sono razzisti: hanno la stessa probabilità di sostituzione sia maschi che femmine, sia settentrionali che meridionali.

La conclusione di questo studioè che l’automazione «potrebbe provocare una graduale polarizzazione della ricchezza e delle competenze solo in alcune fasce privilegiate della società, portando a crescere le disparità sociali ed economiche già esistenti».

Insomma, l’obiettivo per ognuno di noi è potenziare istruzione e formazione per cercare di sconfiggere la macchina in un campo congeniale per l’uomo: la competenza.

TRUE COLORS

“But I see your true colors shining through” 

1 anno e mezzo fa Oltre srl ha cambiato logo. Cambiare l’immagine che rappresenta un’azienda è sempre qualcosa di delicato e importante. È vero che a volte si tratta solo di una rinfrescata, giusto per aggiornarsi al passare del tempo. Molto spesso invece è qualcosa di più radicale.

Il logo non è solo un simbolo che deve essere ricordato: è la rappresentazione grafica di un’idea, è il modo per dire “Ecco, questi siamo noi” e per ricordare a noi stessi, a coloro che ci lavorano “Questi sono i motivi per cui ogni mattina ci svegliamo, prendiamo il treno (o la macchina, o la bicicletta….) e puntuali arriviamo in ufficio.”

Quando abbiamo dato il via all’avventura di Oltre avevamo scelto un logo molto “rassicurante”. Molto serioso.
Due anni fa però ci siamo detti che l’idea alla base del nostro lavoro era di far scoprire l’intimo colore di tutti coloro che avevano bisogno del nostro aiuto.
E così abbiamo voluto dare subito un’idea di ciò in cui crediamo, sviluppando un logo che abbracci tutti i colori dello spettro. Perché costruire un percorso di crescita professionale insieme a qualcuno non vuol dire “trovargli un posto di lavoro”, ma inserirlo nel giusto contesto conoscendo le sue peculiarità, quindi i suoi “colori. E attraverso questi assicurargli la giusta collocazione professionale.

Perché esistono infinite sfumature, ed ognuno è rappresentato da una di queste nuance. Tutto il resto è fuffa. Possiamo anche far finta di assicurare un posto di lavoro attraverso un curriculum, ma in realtà il match tra domanda e offerta si fa anche assicurando la giusta attenzione alle persone così da poter offrire un futuro felice a lungo termine.

Questo modo di approcciare il lavoro ci permette di avere, al termine dei corsi di formazione che eroghiamo, delle percentuali di placement assolutamente eccezionali. Per questo ogni giorno la nostra Agenzia parla con delle persone e non con dei record  di un database, cercando la strada migliore verso il futuro di ognuno. E i nostri orientatori e coach si dedicano a creare sempre nuovi strumenti che possono aiutare a far brillare i colori di ognuno.

Perché

“I see your true colors
And that’s why I love you
So don’t be afraid to let them show”

(Vedo i tuoi colori ed è per questo che ti amo
E allora non aver paura di mostrarli)

P.S. I see your true color è una bellissima canzone di Cindy Lauper. Se volete ascoltare la versione originale la trovate qui: https://www.youtube.com/watch?v=LPn0KFlbqX8.

Se volete una versione più recente, Justin Timberlake ne ha cantata una per il film Trolls e la trovate qui

https://www.youtube.com/watch?v=3JIpIsgHqV0

PP.SS: Grazie a Mauro Vanni, che ci ha aiutato a rappresentarci così colorati, a Ludovica Persichitti e Massimiliano Zulli compagni di progetti di comunicazione e voli pindarici.

Il futuro, questo sconosciuto

futuro lavoroQuando ero più giovane ricordo perfettamente che, ogni fine anno insieme alle amiche, si leggevano gli oroscopi che volevano pronosticare l’andamento del futuro. Sono invecchiato, sia io che le mie amiche (anche se loro in misura minore) e anche adesso cerco di indovinare il futuro. Ma non voglio più sapere cosa ci riserva il nuovo anno in materia di amore, piuttosto mi interessa conoscere la direzione che prenderà l’ambito lavorativo in cui lavoro. E invece degli oroscopi utilizzo l’esperienza unita agli articoli ed ai post che leggo. Per cui, ecco qui…per il futuro vedo e prevedo… alcune cose che penso saranno importanti il prossimo anno:

Video: per quanto riguarda il marketing su Internet i video assumeranno sempre di più importanza e saranno utilizzati in maniera massiccia, anche dalle PMI. Questo grazie a mezzi di produzione facili da utilizzare e a basso costo uniti ad una disponibilità di banda sempre maggiore. L’ho già detto l’anno scorso, e si è già avverata questa predizione. Ma me la rigioco anche quest’anno

Green business: penso che i lavori basati sulla green economy avranno sempre maggiore impatto. Sia che si tratti di energia che di agricoltura o di altri settori

Ecommerce: Dopo 10 anni in cui sento parlare dell’esplosione dell’ecommerce in Italia, penso che questo sia effettivamente l’anno in cui molte piccole attività potranno dedicarsi attivamente all’ecommerce. Utilizzando probabilmente soluzioni Cloud SaaS

Sempre meno E-mail: la cosa su cui scommetterei di più è una diminuzione importante delle e-mail in favore di servizi di messaggistica aziendali. Non so voi, ma io perdo un sacco di tempo per rispondere o ritrovare email. Sevizi come Yammer o Slack aiutano a gestire meglio le comunicazioni.

Per quanto riguarda l’occupazione, metterei al primo posto l’utilizzo dello smart working. Molte aziende cominceranno ad utilizzare questa forma di collaborazione che permette di avere risorse qualificate.

Anche l’Intelligenza Artificiale avrà sempre più spazio. Già adesso Amazon, utilizza 300.000 robot-magazzinieri Kiva nei vari punti di distribuzione del negozio del mondo.

Fino qui sono andato abbastanza sul facile. Voglio aggiungere a questo punto anche qualche scommessa più incerta. Ad esempio l’utilizzo, da parte delle PMI, di software per la business intelligence. Abbiamo un estremo bisogno di “condensare” le procedure aziendali  così da poter raccogliere e analizzare dati e informazioni strategiche. E in questo i software di Business Intelligence ci sono molto utili.

Nell’ambito della formazione direi che la realtà virtuale conoscerà una crescita, anche se una diffusione capillare nei centri si avrà più in là nel tempo.

Beh, questo è quanto. Se Mago Merlino mi fornisce qualche altra dritta, vi aggiorno

I PROFILI PROFESSIONALI PIU’ RICHIESTI NEL 2016

NewSkillsL’Italia necessita di 100 mila esperti di digitale e 100 mila tecnici e progettisti per l’industria, secondo quanto affermano Google e Confindustria. E questo è uno dei sintomi della difficoltà che offerta e domanda di lavoro trovano nell’incontrarsi.

Unioncamere, utilizzando il sistema informativo Excelsior, è riuscita ad elaborare un indice con le 20 professioni più richieste tra quelle  a più elevata competenza, quindi dirigenziali, specialistiche e tecniche.

Come è logico che sia, le più ricercate sono le figure che fanno parte delle filiere più dinamiche, quindi professioni digitali, professioni green e professioni culturali e ricreative.

Considerando invece quelle di livello intermedio, allora mancano cassieri di esercizi commerciali e addetti alla gestione del personale

Esaminando i dati poi spicca la domanda per alcuni profili specializzati per numeri non troppo elevati ma in crescita molto decisa, come gli installatori di linee elettriche, i riparatori e i cavisti (domanda quasi triplicata),  i meccanici e riparatori navali e gli operai addetti ai macchinari per la produzione in serie di mobili e articoli in legno.

Tra i settori produttivi, a segnalare le maggiori difficoltà a trovare figure adatte ai bisogni (che riguardano  una figura su quattro) sono appunto quelli della metalmeccanica, dell’elettronica e dell’informatica.

Il 12% delle imprese segnala la difficoltà di reperire le figure necessarie, ma si arriva a punte del 40%. Al Nord nelle imprese con almeno 250 dipendenti  esiste una difficoltà maggiore. Soprattutto per le professioni dirigenziali, specialistiche e tecniche (22%).

I titoli di studio che le aziende prendono maggiormente in considerazione sono il diploma: il 40% richiede almeno il diploma, mentre per il 13% del totale è richiesta la laurea.

Una qualifica professionale è richiesta per assumere il 20% del totale, mentre per il restante 27% non viene richiesta alcuna formazione specifica.

Infine, vista proprio la difficoltà nel reperire le figure necessarie al proprio sviluppo, oltre un’impresa su 10 è disponibile ad accogliere i giovani studenti per i tirocini in alternanza scuola-lavoro, destinati agli studenti delle scuole medie superiori.

Qui sotto aggiungiamo i dati relativi alle singole figure con la percentuale che indica l’incremento di richiesta rispetto agli anni precedenti.

 

PROFESSIONI DIRIGENZIALI, SPECIALISTICHE E TECNICHE

PROFESSIONI DIGITALI

tecnici gestori di reti e di sistemi telematici +82%

progettisti e amministratori di sistemi +42%

tecnici web +41%

PROFESSIONI GREEN

tecnici dell’esercizio di reti idriche ed energetiche +51%,

tecnici fisici e geologici +50%,

tecnici del controllo e della bonifica ambientale +32%

PROFESSIONI CULTURALI E CREATIVE

operatori della filiera audiovisiva e cinematografica +30%

PROFESSIONI LEGATE AL MONITORAGGIO AVANZATO DEI PROCESSI MANIFATTURIERI

tecnici dell’organizzazione e della gestione dei fattori produttivi +109%

 

PROFESSIONI DI LIVELLO INTERMEDIO

IMPIEGATI E PROFESSIONI COMMERCIALI E DEI SERVIZI

cassieri di esercizi commerciali +58%

addetti alla gestione del personale +48%

LE IMMAGINI SOTTOSTANTI SONO PRESE DAL REPORT EXCELSIOR 2016 FABBISOGNI OCCUPAZIONALI FORMATIVI che trovate qui:
http://excelsior.unioncamere.net/images/pubblicazioni2016/excelsior_2016_fabbisogni_occupazionali_formativi.pdf

I dati ISTAT sul mercato del lavoro nel secondo trimestre 2016

datiL’Istat ha pubblicato i dati sul mercato del lavoro (aprile-giugno 2016).

Che cosa emerge da questa mole di dati?

  • Che ci sono 189 mila occupati in più sul trimestre precedente, 439 mila in più sullo stesso periodo del 2015. L’aumento si registra soprattutto per le assunzioni a tempo determinato (+3,2%).
  • crescono gli occupati tra i quindici e i ventiquattro anni, anche se si resta lontani dai livelli del 2012-2013.
  • Prosegue il recupero nella classe d’età 25-34 anni (ma a luglio sono diminuiti)
  • Tra i lavoratori più maturi non ci sono exploit, anzi: in 12 mesi sono 111mila in meno.
  • Aumentano gli occupati tra i 50 e i 64 anni. Probabile effetto della riforma pensionistica, che allontana l’uscita dal mondo del lavoro.
  • Calano i NEET, che nella fascia 15-29 anni oggi sono 2,035 milioni.
  • Diminuzione disoccupazione giovanile a 35,1%. A luglio però è tornata a crescere.

Quindi dati positivi, ma non tali da permetterci di abbassare la guardia. L’occupazione resta un’emergenza.

SCUSI, PER AVERE LA NASPI?

Sono 9000 gli operatori pubblici che lavorano nelle politiche attive del lavoro. A questi vanno aggiunti i 2500 dipendenti di strutture private. Questa mini armata deve aiutare 3milioni di disoccupati .

E’ con questi numeri che deve ragionare l’ ANPAL (Agenzia nazionale per le Politiche Attive del Lavoro), la cui  partenza è prevista in questi giorni, con una dote di 400 milioni, dalla quale verranno attinti gli assegni di ricollocazione.

Come già detto in passato, uno dei lavori più impegnativi dell’ANPAL sarà riuscire ad unire le varie banche dati presenti sul territorio: INPS, Ministero del Lavoro, Centri per l’Impiego.

Ma cosa dovrà fare un disoccupato per utilizzare i servizi dell’ANPAL?

Dovrà iscriversi al centro per l’impiego o ad un’agenzia privata e fare domanda d’iscrizione all’ANPAL, per avere diritto alla NASPI. Quindi dovrà presentare una DID (Dichiarazione di Immediata Disponibilità). Dopo 4 mesi di NASPI il disoccupato potrà scegliere l’operatore di fiducia. Quindi entro due mesi verrà chiamato per un colloquio e il disoccupato avrà due settimane di tempo per presentarsi, altrimenti perderà l’indennità. A questo punto dovrà sottoscrivere un “patto di servizio personalizzato”, finalizzato alla formazione o al ricollocamento. Sarà obbligato a partecipare ad un corso di formazione o a svolgere un lavoro idoneo alle proprie competenze, pena la riduzione o perdita della NASPI e il diritto all’indennità.

Coloro che fanno la domanda con il proprio Pin dal sito INPS, senza ricorrere all’intermediario, dovranno non solo compilare la DID (Dichiarazione di Immediata Disponibilità al Lavoro) on line, ma devono sottoscrivere il patto di servizio entro 15 giorni, trascorsi i quali sarà il centro per l’impiego o l’operatore accreditato a mettersi in contatto con il disoccupato.

Tutto questo deve avvenire in un massimo di 12 mesi.

Qui sotto l’infografica che riassuma il tutto

ANPAL

Ai nastri di partenza l’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro

cvIl cronoprogramma stabilito per l’ANPAL, l’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro, prevede che cominci ad erogare i servizi entro la fine dell’anno.

Compito dell’ANPAL è predisporre politiche per l’adeguamento del lavoro che permettano la collocazione, o ricollocazione, dei disoccupati, andando ad erogare parte dei servizi offerti dal Ministero del Lavoro.

Questa Agenzia sarà strutturata su base regionale e coadiuvata dall’INPS e INAIL, dalle Agenzie per il Lavoro e da tutti i soggetti attualmente accreditati alle attività di intermediazione, dagli enti di formazione, da Italia Lavoro e ISFOL.

Il Jobs Act ha previsto l’istituzione dell’ANPAL per avere in Italia un mercato del lavoro trasparente ed efficiente, favorendo un incontro tra domanda e offerta che funzioni.

Secondo il suo presidente, Maurizio Del Conte, obiettivo dell’Agenzia è diventare una casa comune nazionale in cui fare confluire tutte e valorizzare le esperienze positive maturate: “Un sistema informativo integrato è la precondizione per fare funzionare l’ANPAL. Entro autunno ci sarà già una piattaforma nella quale confluiranno una serie di banche dati che oggi non si parlano tra di loro, come quella dei percettori di ammortizzatori sociali dell’Inps non collegata a quella dei Centri per l’impiego nelle Province o Regioni. Se, grazie anche alla nuova Agenzia, riusciremo a creare questa rete a partire da una nuova infrastruttura informativa, sono convinto che faremo un passo di modernizzazione straordinario per il nostro mercato del lavoro, che finalmente diverrebbe allineato alle migliori esperienze europee”.

Scommetti sulle qualifiche elevate, sono vincenti

IdeaQuali professioni saranno quelle più ricercate nei prossimi 4 anni? Su che indirizzi devi andare per avere più possibilità di trovare lavoro?

Unioncamere e il gruppo Class, rispondono a questa domanda grazie ad un’analisi sviluppata utilizzando uno scenario benchmark, formulato sulla base delle previsioni effettuate dalla Commissione Europea DG Ecofin sino al 2017, mentre per gli anni 2018-2020 sono state utilizzate le previsioni formulate dal Fondo Monetario Internazionale nel suo World Economic Outlook.

Secondo quest’analisi su 100 persone che troveranno un lavoro entro il 2020, 41 dovranno avere una qualifica elevata (le cosiddette high skill).

Le professioni del commercio e dei servizi e quelle tecniche saranno quelle che, sotto il profilo puramente numerico, offriranno maggiori opportunità di occupazione nei prossimi 5 anni. Nel primo gruppo, spicca il fabbisogno delle professioni qualificate nelle attività commerciali (236mila unità), seguite da quelle che operano nei servizi culturali, di sicurezza e alle persone (136mila) e nelle attività ricettive e della ristorazione (119mila).

Tra le professioni tecniche le maggiori opportunità riguarderanno i profili organizzativi, amministrativi, finanziari e commerciali (circa 212mila unità), i tecnici nelle scienze della salute e della vita (136mila) e i profili scientifici, ingegneristici e della produzione (119mila).

Molto elevata anche la quota che sarà riservata alle professioni specialistiche: oltre 460mila i posti di lavoro previsti. Tra queste, prevalgono gli specialisti della formazione e della ricerca (circa 164mila unità in 5 anni) e delle scienze umane, sociali, artistiche e gestionali (125mila). I primi comprendono soprattutto gli insegnanti e i professori di scuola superiore; tra i secondi troviamo figure quali l’esperto di marketing e lo specialista della gestione e del controllo dell’impresa

Entro il 2020 saranno 2,5milioni le persone che complessivamente entreranno nel mondo del lavoro come dipendenti, imprenditori o professionisti nelle imprese o nella Pubblica amministrazione. L’analisi stima che gran parte dei nuovi ingressi sostituirà personale giunto alla pensione o, in misura più contenuta, andrà ad occupare una posizione lavorativa nuova, generata dalla crescita economica.

In sostanza due persone su cinque che troveranno lavoro entro il 2020 avranno una qualifica elevata, il 5% in più rispetto al 2016. Il fabbisogno di figure intermedie calerà, invece, di due punti percentuali portandosi al 31% della domanda totale, mentre resterà stabile al 27% la richiesta di professioni non qualificate.

I “freddi numeri” li puoi trvoare nelle tabelle che inserisco qui sotto.

Fabbisogno totale 2

Il sindacato del futuro

Una nuova fase del sindacato viene disegnata da Marco Bentivoglio in un’intervista a “Linkiesta”. Una fase in cui il sindacato difende i giovani  che “rischiano di essere rottamati senza nemmeno essere scesi in strada per un giro di pista”. Che prevede un sindacato meno salottiero e che piuttosto si rifaccia alla “essenza del sindacalismo, di quelle nobili forme di solidarietà collettiva che ancora oggi sono indispensabili”. Infatti un sindacato che difende solo i diritti di pochi, chiamandoli “acquisiti” non è sindacato. “Se i diritti non riguardano tutti, vanno chiamati in altro modo”. L’intervista completa la trovate qui: «Il-sindacato-del-futuro_-Se-non-tutela-i-giovani-è-già-morto»-Linkiesta