La dignità del lavoro ben fatto

Il lavoro ben fatto“Ciò che va quasi bene, non va bene”.

Ha senso scrivere il “Manifesto del Lavoro ben fatto” in un’epoca in cui esistono difficoltà nel reperire un qualsiasi tipo di lavoro? Un tempo nel quale corriamo il rischio di venire soppiantati dalle macchine nello svolgimento delle nostre mansioni? Secondo Vincenzo Moretti che l’ha scritto, sì. E anche secondo me. Perché in un’epoca in cui il pressappochismo ed anche il menefreghismo cercano di darsi dignità vestendosi di parole arrabbiate e di ipocrisia, tutto ciò che è ben fatto, corretto e onesto è anche innovativo e rivoluzionario.

L’azienda in cui lavoro deve molte delle sue caratteristiche a due uomini: uno dei due aveva lavorato con Adriano Olivetti e da questi aveva imparato ad amare il lavoro giusto e onesto . Un piemontese che ha insegnato a noi, sprovveduti giovincelli che volevano diventare imprenditori, quanto importante sia la quantità e la qualità del lavoro che si svolge. Che ci ha insegnato quanto sia importante avere l’etica del lavoro.

Un altro è un abruzzese che ci ha aiutato a capire che la persona e il lavoro non si possono dividere con una rasoiata. Che la personalità viene riversata nel risultato del proprio lavoro, e che il lavoro diventa una conseguenza della personalità.

Per questo quando ho letto il “Manifesto del lavoro ben fatto” mi sono trovato subito in sintonia con quello che questo documento vuole dire. Perché  “Il lavoro è identità, dignità, autonomia, rispetto di sé e degli altri, comunità, sviluppo, futuro.”

Non solo, ma da imprenditore dico che la mia esperienza mi ha insegnato che “Il lavoro ben fatto è prima di tutto un modo razionale, utile, conveniente di pensare e di fare le cose.”
Fare bene le cose è bello.
Fare bene le cose è giusto.
Fare bene le cose conviene.

E se vuoi che il lavoro sia un lavoro ben fatto, allora devi mettere sempre una parte di te in quello che fai. Non si scappa. Non puoi lavorare bene senza farti coinvolgere, senza pensare che quel risultato è una parte di te.

Esiste una parte del Manifesto che sembra parli dell’azienda in cui lavoro. Nexus/Oltre non è una grande azienda, né come dimensioni né come fatturato. Anche geograficamente parlando, siamo in una regione piccola, l’Abruzzo. Nonostante ciò non ci siamo mai posti limiti perché “non importa quello che fai, quanti anni hai, di che colore, sesso, lingua, religione sei. Quello che importa, quando fai una cosa, è farla come se dovessi essere il numero uno al mondo. Il numero uno, non il due o il tre. Poi puoi essere pure il penultimo, non importa, la prossima volta andrà meglio, ma questo riguarda il risultato non l’approccio, nell’approccio hai una sola possibilità, cercare di essere il migliore”.

E questo tipo di approccio, il cercare di migliorare sempre riguarda tutti:

  • Le singole persone, senza le quali il lavoro ben fatto non può diventare modo di essere e di fare, senso comune, missione condivisa.
  • Le organizzazioni, destinate ad avere tanto più futuro quanto più riescono a connettere il fare con il pensare, ad affermare idee e modelli gestionali in grado di tradurre con più efficacia le idee in azioni e gli obiettivi in risultati.
  • Le classi dirigenti a ogni livello, alle quali tocca ricostruire il nesso tra potere, inteso come possibilità di disporre di risorse e di prendere decisioni, e responsabilità, intesa come necessità di operare nell’interesse generale delle istituzioni e dei cittadini che si rappresentano.

Ma esiste una parte del Manifesto che amo sopra ogni altra cosa. In realtà tutti e 52 i punti sono importanti, ma esiste una parte che sento più vicina al mio essere:

Il lavoro ben fatto è il suo racconto.

Il racconto ha origini antiche come le montagne.

Ogni cosa che accade è un racconto.

Raccontando storie ci prendiamo cura di noi.

Connettiamo vite, fatti, eventi.

Diamo senso al trascorrere del tempo.

Ricostruiamo ciò che è successo a vantaggio del significato.

Istituiamo ambienti sensati.

Incrementiamo il valore sociale delle organizzazioni e delle comunità con le quali in vario modo interagiamo.

Attiviamo processi di innovazione e di cambiamento.

È tempo di nuovi Omero, di nuova epica, di nuovi eroi.

È tempo di donne e di uomini che ogni mattina mettono i piedi giù dal letto e fanno bene quello che devono fare, a prescindere, perché è così che si fa.

È tempo di persone normali.

È tempo di fare bene le cose perché è così che si fa.

Siamo quelli del lavoro ben fatto e vogliamo cambiare il mondo.

Nessuno si senta escluso.

E allora grazie a Vincenzo Moretti che ha scritto “Il Manifesto del Lavoro ben fatto”; grazie anche al piemontese Giovanni Cafasso e all’abruzzese Nicola Dario che ci hanno fatto diventare persone migliori.

P.S. Vi consiglio vivamente di leggere il manifesto. Lo trovate qui:
http://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2016/12/09/il-manifesto-del-lavoro-ben-fatto/

Ma Harrison Ford difenderà il mio posto di lavoro?

Il 4 ottobre uscirà nelle sale il film “Blade Runner 2049”. Coloro che sono della mia generazione conosco benissimo la trama del primo film, “Blade Runner”: alcuni robot antropomorfi, i Replicanti, scappano dalle colonie extraterrestri in cui lavorano per cercare giustizia sulla Terra. Un aitante investigatore privato interpretato da Harrison Ford li inseguiva per eliminarli.

Raccontato così è molto banalizzato, ma l’aspetto interessante è che quel film nel 1982 anticipava un tema di cui si sta discorrendo molto adesso: i robot che vengono e verranno impiegati nell’industria, possono sostituire l’uomo in alcuni compiti? In sostanza, quanto dobbiamo essere preoccupati per il nostro posto di lavoro?

Per cercare di dare una risposta a questa domanda, “The European House-Ambrosetti”, un team composto da manager di aziende italiane, banche e multinazionali, ha elaborato uno studio che traccia alcune conclusioni: nei prossimi 15 anni il 14,9% del totale degli occupati, pari a 3,2 milioni, potrebbe perdere il posto di lavoro.

I settori in cui si avvertirà meno la concorrenza delle macchine sono Istruzione, Servizi per la Salute e Servizi di Informazione e Comunicazione. Il perché è facile da intuire: è più probabile che i professionisti dei settori appena citati svolgano mansioni poco sostituibili e con un’elevata componente di interazione personale.

Un’altra variabile determinante è il titolo di studio: i soggetti senza titolo di studio presentano il rischio più alto di sostituzione, ben il 21%. Per dare un termine di paragone, gli occupati con formazione post-universitaria corrono il rischio di sostituzione solo all’1%.

La buona notizia è che i robot non sono razzisti: hanno la stessa probabilità di sostituzione sia maschi che femmine, sia settentrionali che meridionali.

La conclusione di questo studioè che l’automazione «potrebbe provocare una graduale polarizzazione della ricchezza e delle competenze solo in alcune fasce privilegiate della società, portando a crescere le disparità sociali ed economiche già esistenti».

Insomma, l’obiettivo per ognuno di noi è potenziare istruzione e formazione per cercare di sconfiggere la macchina in un campo congeniale per l’uomo: la competenza.